Flat Tax e iniquità del sistema fiscale in Italia

A distanza di pochi mesi dalla pubblicazione della proposta di legge dell’Istituto Bruno Leoni sulla flat tax, lo scenario politico (e non solo) si è concentrato nuovamente su questo tema particolarmente caro ai liberisti/libertari.

Introdurre un’aliquota unica, semplificando notevolmente l’attuale sistema tributario ed alleggerendo il cuneo fiscale, rappresenterebbe un risultato elettorale non da poco. Purtroppo non da poco sono anche gli ostacoli, alcuni solo teorici altri molto meno, cui si andrebbe incontro perseguendo questa riforma fiscale.

Mi chiamo Antonio Sicari, sono nato a Crotone e vivo a Milano da circa 7 anni. Ho studiato finanza e lavoro in banca, e sono da sempre un appassionato delle tematiche che riguardano la fiscalità nazionale ed internazionale.

Cos’è la flat tax?

Prima di entrare nel merito e, anzi, prima ancora di poter discorrere anche generalmente intorno ad un’idea di flat tax, è bene mettere in chiaro alcune cose. Può aiutare, in tal senso, partire da una definizione.

Per “tassa piatta” si intende un regime di tassazione proporzionale basata su un’aliquota unica da applicarsi sul reddito delle persone fisiche e giuridiche. Si contrappone dunque al sistema di tassazione progressiva (e.g. IRPEF) basato su diverse aliquote in funzione del reddito.

Cosa ne pensa la Costituzione?

Nel contesto nazionale, la tassazione forfettaria sembrerebbe scontrarsi in via del tutto immediata con la Costituzione. L’art. 53 dichiara, infatti, che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Il dettato costituzionale, benché rappresenti una delle principali argomentazioni degli oppositori della tassa flat, appare poco efficace per (almeno) due motivi:

  1. il testo dell’art. 53 impone la presenza nel sistema tributario di criteri di progressività, non necessariamente di aliquote progressive in funzione del reddito;
  2. l’introduzione di una flat tax implicherebbe dei meccanismi correttivi, quali ad esempio una no-tax area, che consentirebbero di rispettare l’imposizione costituzionale.

Signor Rossi e Signor Bianchi, un esempio per capire

Riguardo quanto appena riportato nel secondo punto possiamo riflettere su un caso esemplificativo:

  • Nel Paese X vige un sistema di flat tax, con un’aliquota legale al 25% sul reddito personale, ed una no-tax area di €10.000;
  • Il signor Rossi percepisce un reddito da lavoro dipendente di €20.000;
  • Il signor Bianchi invece percepisce un reddito da lavoro dipendente di €80.000.

È evidente che il signor Bianchi ed il signor Rossi abbiano diverse capacità contributive.

Entrambi, tuttavia, sono sottoposti alla medesima aliquota legale del 25%. Di conseguenza:

  • il signor Rossi pagherà un’imposta complessiva di 25% * (€20.000 - €10.000) = €2.500;
  • il signor Bianchi pagherà un’imposta di 25% * (€80.000 - €10.000) = €17.500.

Pur mantenendo fissa l’aliquota di sistema, i due signori ricevono un trattamento fiscale differente, il primo con un’aliquota media del 12,5% (vale a dire il totale delle imposte pagate sul reddito imponibile), il secondo invece con un’aliquota media del 21,88%.

Le aliquote crescono con il crescere della base imponibile, quindi il principio costituzionale non è violato.

Tuttavia, il discorso diventa molto più complicato se ci si addentra in questioni di appetibilità sociale. I due signori non soltanto non hanno la stessa capacità contributiva, ma hanno palesemente delle diverse capacità di sopportazione di un carico fiscale basato sulla medesima aliquota. A rigor di logica, il signor Rossi sopporterà infatti un sacrificio di gran lunga maggiore nel pagare €2.500, rispetto al signor Bianchi che è tenuto a pagare €17.500. Anche qui, il tutto rimane valido finché si ragiona, come fanno gli economisti, ceteris paribus, a parità d’altre condizioni.

O se vogliamo, in un mondo inesistente, ideato appositamente con l’unico scopo di contestualizzare delle ipotesi, che altrimenti rimarrebbero delle mere illazioni. E se il signor Rossi fosse un ragazzo di 27 anni senza famigliari a carico, ed il signor Bianchi invece avesse 5 figli ed una moglie a carico? Potremmo discuterne.

È evidente che un unico meccanismo correttivo, quello della no-tax area, non è sufficiente. Ed è qui che entrano in gioco le numerose sfumature delle regole tributarie italiane che appartengono all’attuale sistema dell’IRPEF.

Un’analisi approssimativa su alcuni dati, potrebbe fornire una visione generica (ancorché non esaustiva), di come il sistema di imposizione dei redditi delle persone fisiche sia incompleto, fallace e, soprattutto, iniquo.

I problemi dell’IRPEF

L’imposta sul reddito delle persone fisiche interessa complessivamente circa 40 milioni di contribuenti, di cui approssimativamente l’80% è costituito da lavoratori dipendenti e pensionati.

La fonte principale della base imponibile IRPEF appare dunque costituita solamente da quei redditi che prevedono un meccanismo di ritenuta alla fonte, mediante sostituto d’imposta. Vale a dire, quei redditi poco mobili (rispetto ad esempio ai redditi da capitale) e per i quali è praticamente impossibile l’evasione.

Ma che l’IRPEF sia un’imposta evasa, è storia vecchia, abbondantemente discussa e soprattutto è un fatto noto ai legislatori. Meno noto, e forse meno discusso, è il fatto che l’IRPEF sia un’imposta diffusamente erosa.

L’incredibile estensione del novero delle categorie di reddito ha reso necessario l’introduzione di molteplici meccanismi di tassazione sostitutiva, che permettono di tassare alcune tipologie di reddito con delle aliquote fisse (appunto, flat).

Di fatto, si tratta di sistemi di deroghe al principio di proporzionalità che appartiene all’IRPEF, che consentono di non far confluire specifiche categorie reddituali nel complicato ingranaggio degli scaglioni progressivi.

Le Flat Tax già esistenti in Italia

Nella tabella riportata di seguito si riassumono le principali flat tax vigenti in Italia, le rispettive aliquote, ed il gettito annuo.

flattax.png

Il gettito associato a ciascuna imposta sostitutiva, è il risultato dell’applicazione delle rispettive aliquote ad un imponibile che viene annualmente sottratto alla progressività.

Introdotte originariamente con l’intento di far emergere alcune basi imponibili nascoste, le aliquote sostitutive presentano dei chiari vantaggi rispetto all’IRPEF. Difatti, gran parte di esse sono grossomodo più basse delle aliquote progressive dell’IRPEF. Queste variano da un minimo del 23% ad un massimo del 43%.

Che senso ha infatti inserire in IRPEF un reddito che posso tranquillamente tassare ad un’aliquota mediamente più bassa?

L’IRPEF è iniqua

Il dibattito sull’aliquota unica, più che incentrarsi su quanto sia scorretto tassare alla stessa aliquota il reddito dell’operaio e quello del dirigente aziendale, dovrebbe considerare l’iniquità del sistema attuale, che prevede un vantaggio a favore di un locatore di un immobile rispetto al lavoratore dipendente.

Le aliquote IRPEF inoltre sono molto alte già a partire dai redditi medi: 38% dai €28.000 fino ai €55.000, di poco inferiore all’aliquota massima (43%) prevista per i redditi da €75.000 in su. Con la naturale conseguenza che il milionario subirà un trattamento fiscale in larga parte assimilabile a chi percepisce redditi di gran lunga più bassi.

Non è tutto. Un assetto tributario basato su aliquote troppo alte, determina dei meccanismi viziosi di incentivo all’evasione: solamente l’1% dei contribuenti dichiara, infatti, un reddito superiore ai €100.000.

Cosa è sostanzialmente l’IRPEF?

È necessario quindi prendere atto che l’IRPEF altro non è che un’imposta speciale sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni, completamente in contrasto con l’idea originaria di un’imposta onnicomprensiva decantata dal principio di progressività.

Peraltro, i lavoratori dipendenti e i pensionati rappresentano esattamente quei ceti sociali che più necessiterebbero di tutele.

Necessità non del tutto appagata dal corrente sistema di detrazioni e deduzioni, caotico, complicato e con implicazioni redistributive palesemente farraginose.

Si potrebbe ragionevolmente sostenere che una progressività totalmente formale ed illusoria, peraltro aggravata dai notevoli tassi di evasione, sia fonte di incongruenze ed iniquità ben più marcate rispetto a quelle di un sistema basato su un’aliquota costante.

Quest’ultimo, tuttavia, non è necessariamente una panacea di tutti i mali dell’IRPEF, né tantomeno rappresenterebbe una soluzione senza problemi applicativi e (non da ultimo) ideologici.

Tutti i “contro” dell’aliquota unica

La critica principale da muovere alla flat tax è che essa presenta dei vantaggi espliciti solamente per le fasce di reddito più alte. I contribuenti più bisognosi beneficerebbero di quei correttivi, ammesso che ci siano, sotto forma di sussidi o trasferimenti (imposta negativa) o della no-tax area. D’altro canto le classi più ricche otterrebbero una profonda riduzione delle imposte che sarebbero tenuti a pagare. Poco o nulla resta, quindi, alle classi medie, già da decenni bistrattate e numericamente destinate ad assottigliarsi sempre di più.

Abbandonare il principio di progressività comporterebbe inoltre problematiche legate alla tenuta dei conti dello Stato, aprendo quindi il dibattito sulla sostenibilità finanziaria di una riforma fiscale di questa entità. Anche le stime più precise ed elaborate difficilmente riusciranno ad avvicinarsi ad un’effettiva misura di fattibilità dell’operazione.

Di certo, appare poco convincente l’idea che la riduzione delle entrate erariali venga compensata da un “rilancio dell’economia”, come professato da alcuni fautori della flat tax, poiché gli effetti su consumi, evasione fiscale e offerta di lavoro sono impossibili da prevedere.

Viene meno, in definitiva, la dimensione personale dell’imposta. Non vengono prese in considerazione tutte le molteplici casistiche che sono proprie dello scenario italiano. La flat tax nasce proprio dall’esigenza di semplificazione, ma in questo modo si perde la possibilità di tenere conto di tutte le specificità che differenziano ciascun nucleo famigliare e ciascun individuo.

La riforma è necessaria

Ad ogni modo, e prescindendo da qualsivoglia giudizio di merito, alla proposta sulla flat tax e ai successivi dibattiti, va riconosciuto un innegabile pregio: hanno permesso di focalizzare l’attenzione sull’urgenza di una riforma fiscale di carattere strutturale per l’Italia.

Una riforma che consenta, in un momento storico straordinariamente recessivo, di ridurre la pressione fiscale per le classi medie, senza creare vantaggi francamente inspiegabili per chi può permettersi di pagare di più.

In altre parole, occorre riconfigurare la curva della progressività rendendola maggiormente efficace. Seguendo questa logica, bisognerebbe soffermarsi di più sul concetto della capacità di sopportazione e di quale sia il massimo carico fiscale sostenibile da ogni contribuente, coerentemente con la propria disponibilità di risorse e senza compromettere la capacità di soddisfare i propri bisogni di realizzazione.

In questa prospettiva si potrebbe pensare, dunque, a quella che definirei comprehensive personal income tax. Rimane l’interrogativo su quanto la proposta della flat tax sia concretamente realizzabile, oppure se sia una delle tante meravigliose suggestioni elettorali.

Tasse più eque: la missione di Vox

Nonostante la retorica elettorale, Vox pensa che la vera urgenza non sia la creazione di una flat tax, ma di una tassazione progressiva più equa che porti ad una diminuzione della pressione fiscale sia sulle fasce di reddito medio-basse che su tutti i gruppi che versano in condizioni sociali svantaggiate.

Almeno temporaneamente, i giovani dovrebbero godere di una tassazione inferiore, dato che percepiscono stipendi medi tra più bassi d’Europa; stesso discorso per le donne, che in media guadagnano il 6,1% in meno degli uomini.

Infine, semplificazione deve essere la parola d’ordine. Per anni un movimento tedesco ha combattuto per creare un sistema fiscale in cui ogni cittadino potesse calcolare le imposte sul retro di sottobicchiere.

Noi siamo italiani, ci accontenteremo di un cartone della pizza!

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