Abbandono dell’accordo sul clima di Parigi da parte del Presidente Trump: sappiamo davvero cosa implica?

Il 1 giugno, il presidente Americano Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti si ritireranno dall’accordo sul clima di Parigi, considerandolo una pericolosa minaccia per l’economia e la sovranità americana. Ancora una volta, il passaggio di consegne avvenuto alla Casa Bianca sembra aver apportato più incertezze che soluzioni alle varie cause aperte. Ma cosa comporta la scelta del presidente Americano? Quali sono i possibili effetti? Cerchiamo di analizzare passare in rassegna i punti più rilevanti.

Che cosa e’ l’accordo di Parigi

Il 12 dicembre 2015, i rappresentanti di 196 paesi hanno raggiunto nella capitale francese un accordo al fine di limitare l’impatto ambientale della produzione energetica. L’obiettivo è di diminuire gradualmente l’impiego di combustibili fossili per limitare l’aumento globale ed irreversibile delle temperature, privilegiando l’utilizzo di fonti rinnovabili alternative e stimolando l’efficienza energetica. A differenza del Protocollo di Kyoto, l’accordo di Parigi consente ad ogni stato membro di stabilire obiettivi nazionali e volontari, senza imporre target specifici.

Come ha citato l’economista americano Andrew Harmstone: “Il trend ormai è definitivamente virato verso le green energies, le quali stanno lentamente sostituendo le vecchie fonti di energia, dando spazio a quelle più sostenibili. Questo trend, pur non essendo fenomeno rapido e dinamico, aprirà la strada a grandi opportunità d’investimento nel lungo termine, offrendo significativi risvolti positivi al GDP mondiale”.

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Figura 1: Variazione percentuale annua PIL ed emissioni di CO2. Fonte: World Bank, EDGAR

Nella figura 1 si evince come la correlazione tra emissioni di CO2 e crescita del PIL si sia ridotta notevolmente negli ultimi cinque anni. Questo cambiamento è dovuto ad un utilizzo più efficiente dell’energia e ad un impiego di fonti energetiche più pulite, grazie anche agli effetti delle prime direttive europee del 2005[1], che hanno ridotto l’utilizzo del carbone. Ad ogni modo, l’evidenza empirica sembra suggerire come un aumento del PIL non sia più necessariamente correlato positivamente con un aumento dei danni all’ambiente.

 

Accordo e crescita economica mondiale

Secondo l’International Renewable Energy Agency (IRENA), il contributo totale del settore energetico al PIL globale, considerando fonti convenzionali (petrolio, gas naturale, nucleare, idroelettrico, ecc.) e rinnovabili (eolico, solare, ecc), è del 6%[2] circaLe previsioni per il 2030 stimano che il settore delle rinnovabili da solo rappresenterà più del 7% della crescita annua mondiale.

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Figura 2: Rivoluzione energetica con impatto globale[3] . Fonte: The International Renewable Energy Agency (IRENA), EDGAR, PwC, NRDC

La figura 2 illustra le politiche e gli obiettivi delle maggiori potenze mondiali per quanto riguarda il settore delle rinnovabili. Sull’asse delle ascisse potete leggere target temporali e scopi fondamentali di ogni stato e, soprattutto, la contribuzione annuale al PIL globale: il contributo totale delle rinnovabili è dell’8% circa (contro un 6% attuale che considera sia fonti convenzionali che non).

Gli stati si stanno dunque muovendo nella stessa direzione, con le economie in via di sviluppo (inclusa la Cina, anche se non ha divulgato obiettivi chiari) che stanno giocando un ruolo di primo piano in questo processo di transizione.

La reazione negli USA

Tornando alla scelta del Presidente Trump, quest’ultima ha incontrato una forte opposizione interna, inclusa quella dell’ex sindaco di New York Michael Bloomberg. Il miliardario americano, incontrando il neo eletto presidente francese Macron, ha affermato: “Oggi voglio che il mondo sappia che gli Stati Uniti rispetteranno e sosterranno gli impegni derivanti dall’accordo di Parigi e, attraverso partnership tra le città, gli Stati e le imprese, cercheranno di attivamente compartecipare al processo di progresso nei confronti dell’ambiente”. Accanto all’ex sindaco di New York si sono schierati più di 30 sindaci (tra i quali Los Angeles, Atlanta, Salt Lake City e tra le tante anche Pittsburgh, dove Trump ha tenuto il discorso nel quale annunciava l’uscita dall’accordo di Parigi), 3 governatori, vari politici, più di 100 imprenditori e circa 80 presidenti universitari, insieme uniti nel rinnovare l’impegno americano nei confronti degli altri paesi e dell’ambiente in primis. La NATO, del quale Mr. Bloomberg è delegato sul clima, ha nel frattempo legittimato pieno supporto alla causa.

Riflessioni. La decisione di Trump ha purtroppo trovato riscontro positivo anche tra alcuni politici populisti italiani[4], che hanno definito il presidente Americano: “Capace di imprimere vero cambiamento e di offrire finalmente una scelta alternativa al potere univoco e risoluto dei poteri forti, tra i quali l’Unione Europea”. Questo punto merita alcune riflessioni:

  • Le giustificazioni utilizzate dai sostenitori di Trump sono state molteplici, tra le quali: “L’ambiente è solo un pretesto utilizzato dall’accordo per promuovere in modo ancora più marcato la globalizzazione” oppure “Molti paesi, tra i quali la Cina, ne fanno parte solo per depredare le tecnologie da paesi quali gli Stati Uniti”. L’accordo di Parigi include 196 stati (195 senza gli Stati Uniti), rappresentanti circa l’84% delle emissioni globali. Hanno preso parte all’accordo stati come Australia, Brasile, Cina, India, Giappone, Messico, Russia, ribadendo l’impegno globale a prescindere dalle differenze politiche o ideologiche. Inoltre, l’accordo non impone target, ma solo un unico obiettivo: limitare ad un massimo di 2 gradi centigradi la crescita della temperatura media globale entro il 2100 rispetto ai livelli pre-industriali. Abbiamo da tempo superato il livello di 1,1 gradi in più rispetto all’era pre-industriale, con il primo trimestre del 2017 risultato il secondo più caldo mai registrato (dopo il record stabilito nel 2016). Quali delle ragioni dettate del presidente americano sono realmente rilevanti?
  • Gli Stati Uniti sono sempre stati pionieri per brillantezza e avanguardia nell’innovazione nel settore delle rinnovabili, sostenendo il mercato con investimenti ed incentivi cospicui alle imprese, che adesso non avranno più il sostegno del proprio governo. La possibile leadership degli USA nella green e low-carbon economy del XXI secolo rischia di essere sacrificata in un tentativo insensato di rilanciare la fossil-economy protagonista del passato XX secolo. Il comportamento USA potrebbe portare ad un aumento di produzione e esportazione di prodotti fabbricati con energia inquinante ed obsoleta, che potrebbe spingere altri paesi a non mantenere gli impegni presi. Alternativamente, gli altri stati potrebbero penalizzare in prodotti americani provenienti da fonti energetiche inquinanti con dazi, tasse o altri interventi. Le conseguenze di una tale corsa a ribasso (race to the bottom) e pratiche commerciali sono imprevedibili e potenzialmente molto dannose;
  • Le più grandi associazioni a sostegno dell’ambiente sono americane, le quali si sono impegnate a finanziare negli anni programmi di aiuto per le nazioni in via di sviluppo che considerano il riscaldamento globale come una crisi inflitta dalle nazioni ormai industrializzate.

Viene così spontaneo chiedersi il motivo per cui gli Stati Uniti dovrebbero supportare un’eventuale uscita dall’accordo di Parigi che appare irrazionale e avventata sia perché contraria alla tradizione americana e a quanto costruito in anni di sacrifici sia perché va totalmente controcorrente al trend di crescita mondiale. In conformità a quale principio morale gli USA potranno accusare la Cina di violare gli accordi internazionali in materia ambientale ora che lo stesso presidente americano ha decretato l’uscita degli US dall’accordo di Parigi? Come pensa Mr. Trump di poter contribuire positivamente ad un miglioramento dei rapporti mondiali, andando nella direzione opposta rispetto alle correnti economiche? In questo caso, uscire dall’accordo del clima di Parigi non significherebbe portare l’America ad essere great again, ma sembrerebbe più un autogol nei confronti della popolazione americana (e mondiale), ma soprattutto dell’ambiente stesso.

What’s next

Ultimo, ma non meno importante, gli Stati Uniti non possono uscire dall’accordo prima del 4 Novembre 2020. Le prossime elezioni americane si terranno, ironia della sorte, proprio il 3 novembre 2020.Causalità a parte, i punti sollevati in quest’articolo dovrebbero farci riflettere su come spesso una politica miope perda di vista i veri e concreti obiettivi sui quali il progresso dovrebbe concentrarsi, come appunto la tutela ambientale e l’innovazione, sprecando tempo e risorse in superflue e gratuite tensioni. Noi di Vox crediamo che la politica debba concentrare le sue forze su temi arduamente dibattuti e dalle soluzioni complessecome occupazione, istruzione e sanità, cercando di coinvolgere sempre di più i giovani e le loro (nuove) idee, utilizzando questo momento di forte evoluzione come trampolino per un domani più prosperonel pieno rispetto dell’ambiente che ci ospita.

[1] European Union Emissions Trading System – EU ETS.

[2] Dato del 2016.

[3] GW = GigaWatt.

[4] Fonti: il Secolo XIX, Secolo d’Italia, Repubblica.

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Gianluca Vanni

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